Archivi tag: attore

“La classe morta” – il capolavoro di Kantor

Una scena scarsamente illuminata e circoscritta da una corda, vecchi banchi di scuola, tarlati ed impolverati, pile di vecchi libri ingialliti e secchi, una latrina. Questa è una sommaria descrizione, che non rende merito, a ciò che si prentava agli occhi dello spettatore de La classe morta. Seduti ai banchi come i bravi scolaretti che furono, vecchi e vecchie decrepiti, vestiti in nero con i vestiti lisi e consunti, i volti coperti da una sottile membrana grigia. In buon ordine uno alla volta chiedono con grande solennità di poter uscire, la scena si svuota. Ma subito dopo riappaiono i vecchi di prima, trascinano sulle spalle manichini dai volti di cera, simbolo dei bambini che furono, simboli del passato che torna, come un fardello che pesa, che piega il corpo. Un passato dal quale non si può prescindere.

I vecchi scolari passano il loro tempo tra stupidi scherzi infantili, urlano, litigano, usano la latrina. Un’altra serie di personaggi abita la Classe morta. Un bidello che intona i canti di una giovinezza svanita, affogata tra i sogni. Un soldato della Seconda Guerra mondiale, con una lunga baionetta, simbolo che probabilmente unisce le due grandi guerre di questo secolo. Una donne delle pulizie (interpretata da un uomo) che brandisce come una falce la propria scopa. Quest ammasso di corpi che si deteriorana o che sono destinati a scomparire galleggia al ritmo di un trascinante valzer polacco, che s’interrompe a tratti facendo precipitare la scena in una grottesca atmosfera. A presiedere a questo universo, fuori dal tempo, ma che in certo modo è il tempo, c’è lui, l’autore, il demiurgo, Tadeusz Kantor. Seduto con lo sguardo attento guarda la scena, la dirige, l’accompagna nella sua vita.

Lascia un commento

Archiviato in arte, recensioni, teatro

“Per un teatro povero”

Un libro interessante e curioso, un’opera che è un’antologia di scritti raccolti in diversi tempi e nelle occasioni più disparate, senza alcuna pretesa di organicità. Lettura obbligata per chiunque creda in un teatro di ricerca fatto di studio, di lavoro,  di introspezione e indagine. Un teatro in cui la rappresentazione sia solo un mezzo per mostrare i risultati delle proprie ricerche e non per celebrare il bello della finzione accademica.

Jerzy Grotowski è considerato un innovatore del modo di fare teatro per via del suo concetto di “teatro povero”, sviluppato attraverso il suo laboratorio polacco e a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di “teatro povero” esprime la concezione che Grotowski aveva del teatro stesso: il teatro esiste e funziona solo se lo spettatore è presente; tutti gli altri elementi, dal trucco alle luci, non sono altrettanto fondamentali e, appunto per questo, possono essere eliminati.

Togliendo dal teatro tutto tranne lo spettatore, lo si riduce alla sua essenza, lo si spoglia, diventa “povero”. Tuttavia, lo spettacolo diventa invece più ricco perché assume nuova ricchezza di significati, a iniziare dalla figura dell’attore stesso, importante tanto quanto la presenza dello spettatore, soprattutto perché fra di essi deve avvenire una comunicazione, una specie di trasformazione dello spettatore attraverso i messaggi dello spettacolo veicolati dall’attore stesso. Addirittura, gli spettatori prendono posto il più possibile vicino agli attori e secondo una disposizione particolare affinché avvenga questa interazione fra attore e spettatore.

Nella concezione di Grotowski, l’attore è considerato “santo” per via della funzione che arriva a ricoprire e a svolgere, soprattutto perché, avendo spogliato il teatro da tutto il resto dei suoi elementi, all’attore resta il compito di creare con la sua interpretazione anche gli oggetti di scena eliminati.

Lascia un commento

Archiviato in arte, libri, recensioni, teatro