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Ricordando Enzo Biagi

biagiVi propongo la presentazione di In viaggio con mio padre, saggio di Bice Biagi edito da Rizzoli.

Questo viaggio parte da Milano, alle dieci di una mattina d’autunno, il 6 novembre 2007. “Mio padre è morto da un paio d’ore” scrive Bice Biagi. “Io e mia sorella Carla abbiamo avvertito i parenti e gli amici più vicini e non riuscivamo proprio a immaginare che da quel momento, da quando radio, televisioni, internet hanno dato la notizia della sua morte, non saremmo più state sole.”

Migliaia di persone si affollano davanti alla clinica Capitanio ed è allora che le sorelle Biagi si accorgono di far parte di una famiglia molto più grande. “Ripensandoci,” scrive l’autrice “fin da bambina dovevo capire che il mio non era un padre tradizionale.” Ma la vera scoperta avviene dopo, quando insieme alla sorella viene invitata alle numerose celebrazioni e inaugurazioni dedicate a Enzo Biagi.

Conoscono gli amici di un tempo, i colleghi di ieri e i giovani di oggi che si ispirano a lui. Incontro dopo incontro, riaffiorano alla memoria i ricordi d’infanzia, la cura premurosa di un papà “precursore dei tempi” perché mandava le figlie a studiare all’estero per farle crescere autonome e indipendenti economicamente, “come degli uomini”.

Guai però a chiedere di tornare a casa dopo mezzanotte. “Non pago viaggi di nozze in anticipo” era la sua ultima parola. “In viaggio con mio padre” è il ritratto inedito di un uomo che per oltre mezzo secolo di lavoro ha considerato il giornalismo come un servizio che si rende al Paese e che ha lasciato in eredità alle sue figlie una passione smisurata per la libertà.

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“Per un teatro povero”

Un libro interessante e curioso, un’opera che è un’antologia di scritti raccolti in diversi tempi e nelle occasioni più disparate, senza alcuna pretesa di organicità. Lettura obbligata per chiunque creda in un teatro di ricerca fatto di studio, di lavoro,  di introspezione e indagine. Un teatro in cui la rappresentazione sia solo un mezzo per mostrare i risultati delle proprie ricerche e non per celebrare il bello della finzione accademica.

Jerzy Grotowski è considerato un innovatore del modo di fare teatro per via del suo concetto di “teatro povero”, sviluppato attraverso il suo laboratorio polacco e a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di “teatro povero” esprime la concezione che Grotowski aveva del teatro stesso: il teatro esiste e funziona solo se lo spettatore è presente; tutti gli altri elementi, dal trucco alle luci, non sono altrettanto fondamentali e, appunto per questo, possono essere eliminati.

Togliendo dal teatro tutto tranne lo spettatore, lo si riduce alla sua essenza, lo si spoglia, diventa “povero”. Tuttavia, lo spettacolo diventa invece più ricco perché assume nuova ricchezza di significati, a iniziare dalla figura dell’attore stesso, importante tanto quanto la presenza dello spettatore, soprattutto perché fra di essi deve avvenire una comunicazione, una specie di trasformazione dello spettatore attraverso i messaggi dello spettacolo veicolati dall’attore stesso. Addirittura, gli spettatori prendono posto il più possibile vicino agli attori e secondo una disposizione particolare affinché avvenga questa interazione fra attore e spettatore.

Nella concezione di Grotowski, l’attore è considerato “santo” per via della funzione che arriva a ricoprire e a svolgere, soprattutto perché, avendo spogliato il teatro da tutto il resto dei suoi elementi, all’attore resta il compito di creare con la sua interpretazione anche gli oggetti di scena eliminati.

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