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“Per un teatro povero”

Un libro interessante e curioso, un’opera che è un’antologia di scritti raccolti in diversi tempi e nelle occasioni più disparate, senza alcuna pretesa di organicità. Lettura obbligata per chiunque creda in un teatro di ricerca fatto di studio, di lavoro,  di introspezione e indagine. Un teatro in cui la rappresentazione sia solo un mezzo per mostrare i risultati delle proprie ricerche e non per celebrare il bello della finzione accademica.

Jerzy Grotowski è considerato un innovatore del modo di fare teatro per via del suo concetto di “teatro povero”, sviluppato attraverso il suo laboratorio polacco e a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di “teatro povero” esprime la concezione che Grotowski aveva del teatro stesso: il teatro esiste e funziona solo se lo spettatore è presente; tutti gli altri elementi, dal trucco alle luci, non sono altrettanto fondamentali e, appunto per questo, possono essere eliminati.

Togliendo dal teatro tutto tranne lo spettatore, lo si riduce alla sua essenza, lo si spoglia, diventa “povero”. Tuttavia, lo spettacolo diventa invece più ricco perché assume nuova ricchezza di significati, a iniziare dalla figura dell’attore stesso, importante tanto quanto la presenza dello spettatore, soprattutto perché fra di essi deve avvenire una comunicazione, una specie di trasformazione dello spettatore attraverso i messaggi dello spettacolo veicolati dall’attore stesso. Addirittura, gli spettatori prendono posto il più possibile vicino agli attori e secondo una disposizione particolare affinché avvenga questa interazione fra attore e spettatore.

Nella concezione di Grotowski, l’attore è considerato “santo” per via della funzione che arriva a ricoprire e a svolgere, soprattutto perché, avendo spogliato il teatro da tutto il resto dei suoi elementi, all’attore resta il compito di creare con la sua interpretazione anche gli oggetti di scena eliminati.

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